Perché dividere la pagina destinata a "Il linguaggio simbolico nella Chiesa oggi" in due sezioni, una dedicata all'immagine nella parola, l'altra alla parola nell'immagine?

            Il motivo è semplice: il termine "immagine" fa subito venire in mente un'immagine sensibile cioè una delle innumerevoli immagini che giungono a noi dal mondo esterno attraverso i mezzi di comunicazione, che si tratti di informazione, di pubblicità, di opere d'arte o anche di spettacoli naturali.  Di fatto, quando si parla di "immagine" il più delle volte si tratta di un'immagine operata dall'uomo. Perfino l'immagine che si vuol dare di sé stessi, "il look", è un'immagine prodotta artificialmente. Quasi mai si pensa alle ancor più innumerevoli immagini senza corpo che vivono dentro di noi e si manifestano appena noi pronunciamo o sentiamo o leggiamo una parola. Quando dico o leggo o sento la parola "montagna", in realtà io vedo interiormente una montagna: che sia  una particolare montagna o un monte privo di contorni certi, per me è "la" montagna, ogni montagna. Lo stesso quando sento la parola "acqua" o la parola "madre" e così via. E questa  evocazione dell'immagine operata dalla parola si verifica immancabilmente quando la realtà alla quale si riferisce appartiene al mondo della natura o delle persone, mentre è molto rara nel caso di parole che si riferiscono a concetti astratti.

L’immagine  nella parola

            Esiste dunque un movimento che va dalla parola all'immagine. Tuttavia, in quella preistoria dell'umanità che si verifica in ogni piccolo-di-uomo, è stato preceduto dal movimento inverso, quello che dall'immagine è andato alla parola. Esserne consapevoli è fondamentale per comprendere lo stretto legame tra immagine,  parola e senso; in altri termini, per intendere dove ha origine la forza formidabile e sempre nuova delle immagini e delle parole che le esprimono. Qualunque realtà, meravigliosa o paurosa, attraente o insignificante, diventa "immagine" dentro il piccolo-di-uomo quando è "vista". Che prenda forma attraverso il senso proprio della vista, o uno degli altri sensi,   spinge a cercare un nome, a creare la parola (verbo o sostantivo) per comunicarla:  tutto ciò che è visto, udito, gustato, odorato, toccato accende il pensiero e opera il linguaggio. Il calore dell’abbraccio sarà la madre e così la dolcezza del liquido che conforta sarà il latte; la frescura che placa l’ardore sarà l’acqua; essere sollevati o stare  in alto sarà il padre; la luce sarà il giorno e il sole; il buio sarà la notte; e ci saranno poi altre luci per le quali si dovrà trovare un nome; i suoni saranno il vento o il canto o la paura di una minaccia che incombe; movimenti e rumori ritmati saranno la danza o il gioco; correre sarà non essere legati a un luogo, prima esperienza della libertà.

            Prima ancora di poter essere dette con parole, tutte queste immagini che vivono nel piccolo-di-uomo costituiscono la sua prima e primaria esperienza di essere e di sentirsi-vivo. Loro caratteristica è infatti essere inseparabili dall'esperienza della presenza. Il piccolo-di-uomo sa - cioè sperimenta - che tutto ciò che vede, sente, odora, gusta, tocca è presente, anche se più o meno vicino e più o meno raggiungibile.  così tutte le immagini che sono dentro di lui sono immagini di presenza, in diretto rapporto con la vita o  meglio con il sentimento che della vita ha: può essere un sentimento di disagio o di sofferenza o, al contrario, quando ogni bisogno è esaudito, di soddisfazione o di beatitudine. In ogni caso si tratta di sentimenti vitali che appartengono alla sfera affettiva. Questo dato ha un'importanza incalcolabile: non solo l'immagine chiama la parola ma, significando la presenza vicina o lontana del suo oggetto e l'esaudimento o meno del bisogno che accende il desiderio (cibo, bevanda, riposo e così via), implica un rapporto immediato e immancabile con l'affettività del soggetto.

            Occorre però fare un passo ulteriore. Le esperienze connesse con queste immagini di realtà percepite sono infatti aperte all’evidenza di un senso che può anche non coincidere semplicemente con il sentimento vitale, ma essere sperimentato come "dismisura". Per fare qualche esempio: l’esperienza dell’abbraccio contiene in sé anche quella di uno stato di conforto e di riposo talmente pieno che non solo ne fa desiderare la non-cessazione ma è già esperienza di una pienezza sconosciuta, fonte a sua volta di un desiderio anch'esso illimitato; allo stesso modo quella del canto si apre all’intuizione  di un’armonia  senza limiti che fa-sentire-bene,  suscitando a sua volta un desiderio sconfinato. Pur non potendo ancora essere comprese dal piccolo-di-uomo nella loro dimensione propria, queste esperienze producono uno stato di beatitudine e di pienezza che non ha a che vedere con il semplice benessere dell'essere-sazio o pulito - lo si intuisce a volte dall'espressione del bambino - ed entra far parte del suo bagaglio affettivo originario. Si danno naturalmente anche esperienze di una dismisura in senso negativo, di sofferenza e di paura, che al posto del desiderio generano la ripulsa.

            Appare così, attraverso un percorso volutamente empirico, che i cosiddetti valori trascendentali non sono frutto di un pensiero astratto, staccato dalla sfera vitale, esterno ad essa, ma formano già parte dell’esperienza del piccolo-di-uomo. Non importa che non si tratti di un'esperienza riflessa.  Conta che, incoativamente, l'esperienza di una vita-altra, altrettanto e ancor più desiderabile - quella che verrà poi chiamata la vita-nello-spirito -, sia tutt'uno con la vita a livello corporeo tout court. Questo significa infatti che c’è una vita che si percepisce attraverso i sensi e ce n’è un’altra, altrettanto reale, percepita ugualmente attraverso i sensi, usati però in modo analogo. Dall’una si passa all’altra. Che ciò faccia parte del bagaglio del piccolo-di-uomo lo attestano in particolare quelle esperienze remote riferite da grandi artisti o pensatori o santi che pur non comprese appieno al momento sono rimaste impresse nella loro memoria e ne hanno poi informato tutta la vita: si trattava comunque dell'esperienza di un assoluto come realtà vitale.

Ricapitolando:

  • il mondo esterno, "visto" attraverso uno dei sensi, entra a far parte del mondo interiore sotto forma di immagine; 
  • l'immagine suscita la parola e significa la presenza; per questo è direttamente collegata con l'esperienza del sentirsi-vivi e dell'esaudimento (o meno) del desiderio-di-vita, primo livello dell'affettività umana;  
  • l'immagine innesca una reazione affettiva di desiderio o di ripulsa;
  • l'esperienza della dismisura nell'esaudimento del desiderio di vita costituisce l'esperienza originaria di una vita altra, sommamente desiderabile: di un altro cibo, un'altra bevanda, altre montagne, altri fuochi...

L'immagine diventa simbolo quando e se è immagine-di-vita

            Quando l’immagine di una realtà sensibile fa-passare direttamente a un significato che appartiene alla vita-nello-spirito allora si parla di immagine-simbolo. E questo passaggio tra due livelli di vita ontologicamente diversi rappresenta un tipo di conoscenza a sé: la conoscenza simbolica. Di qui la costatazione che oltre alle vie del pensiero riflesso, del ragionamento, del concetto, la conoscenza umana dispone di un altro canale che passa  direttamente dall'immagine della realtà sensibile al suo significato nella vita-nello-spirito: l'acqua che disseta è simbolo della conoscenza interiore, il cielo è simbolo dell'immensità della vita interiore, la luce delle stelle è simbolo della luce interiore e così via.

L'immagine-simbolo è fonte di una conoscenza altra dalla conoscenza concettuale

            Esistono dunque due canali della conoscenza - la via concettuale e  la via simbolica - che costituiscono la conoscenza umana totale al tempo stesso razionale e vitale. Oltre alla sua vita corporea, ogni essere umano vive una vita-nello-spirito, semplicemente perché non può vivere nel non-senso. Questa vita-nello-spirito è espressa da immagini-parole che si sono aperte, diventando  “trampolini” o "passaggi": immagini-parole che sono simboli, che cioè  fanno-passare dalla realtà sensibile oggetto dell'immagine direttamente alla realtà invisibile simboleggiata, collocata a un diverso livello di vita. Questo "tuffo" o "passaggio" è immancabile, in quanto definisce l’essere umano: è la scoperta del senso, invisibile ma reale, una scoperta che è conoscenza e che attuando il desiderio costitutivo dell'uomo di una vita inesauribile costituisce per lui una fonte di gioia altrettanto inesauribile.

            Sette secoli prima della nostra era un uomo lasciò scritte queste parole: "Sono figlio della terra e del cielo stellato, in verità sono di stirpe celeste" (Frammenti orfici, n. 17). In pieno illuminismo, vale a dire quasi ventiquattro secoli dopo, un altro uomo scrisse: "Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza" (Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, conclusione).

Un po' di storia: la riscoperta della conoscenza simbolica nel pensiero occidentale e nella Chiesa latina

            Il percorso fin qui tracciato è lo stesso che dal movimento romantico in poi ha condotto il pensiero occidentale a riscoprire il ruolo autonomo di conoscenza dell’immagine-simbolo veicolata dalla parola. A partire dal tardo Medioevo, soprattutto a causa del nominalismo, il pensiero occidentale si era infatti sempre più allontanato da ciò che fino a quel momento aveva costituito un’evidenza accettata da tutta l’umanità, e cioè l'esistenza di due cammini della conoscenza umana, non alternativi ma dedicati. Mentre le culture tradizionali  non sono state interessate da questo cambiamento, e nemmeno le religioni  dell’Estremo Oriente, nella teologia latina si è giunti a un'esclusione della simbolica e della mistica dalla teologia una fino allora praticata; soltanto la teologia monastica,  soprattutto in quanto tutt'uno con la dimensione liturgica, è rimasta ai margini di questo processo. Lo stesso vale per l'espressione della loro esperienza spirituale, sostanzialmente autonoma dalla teologia accademica, comunicata numerose figure di santi e di mistici. Dal canto loro, per circostanze storiche specifiche, le diverse Chiese della pars orientalis sono rimaste sostanzialmente non coinvolte.

            Dalla fine dell’Ottocento e soprattutto dalla metà del Novecento le scienze umane, l’antropologia e la fenomenologia hanno portato a una riscoperta del valore conoscitivo vitale dell’immagine-simbolo. Il nuovo rivolgimento del pensiero ha favorito la presa di coscienza all'interno della Chiesa cattolica della necessità di riappropriarsi di un linguaggio che era stato quello della Chiesa indivisa per i primi  tredici secoli. Come era inevitabile, la riscoperta della stretta relazione tra immagine, parola e senso spirituale è avvenuta attraverso gli studi sulla Scrittura, inseparabili da quelli sul culto e sui sacramenti, e l’esegesi spirituale condotta dai Padri. Un mondo di straordinaria ricchezza, nel quale le parole veicolano prima di tutto immagini e le immagini sono immagini-simbolo, immagini-di-vita. Immagini-che-fanno-passare: il giardino,  il cielo stellato, la tempesta, la montagna, il fuoco, il mare, il vento, l'acqua, la terra, la vigna, l'alleato, il pastore, lo sposo, la voce, così che il livello vitale, immediatamente noto, lascia apparire quello della vita-nello-spirito che alla fine si manifesta come vita nello Spirito stesso. Il Signore parla, si rivela come il Vivente che offre la Vita, un'altra vita, all'uomo-che-vive e la offre servendosi di immagini di vita.

            Nella pienezza dei tempi la Parola diventa Immagine: Parola del Vivente, Immagine del Vivente. La Parola (logos) è l'Immagine (eikôn). L'Immagine-Persona è il Simbolo del Dio vivente.

Il momento attuale   

Attualmente, la riscoperta del linguaggio simbolico e della teologia simbolica si ritrova per così dire "messa tra parentesi". Sembra che una sorta di insofferenza del già-noto si coniughi con una frenesia del “pensiero nuovo” perseguito per sé stesso. Quali ne siano le cause, la "sospensione" che al momento si registra è legata prima di tutto a una mancanza di attenzione per il dato umano, pur scandagliato nelle sue viscere dalle scienze umane - e da sempre conosciuto dalla sapienza dell'umanità -: chi metterà in dubbio che il desiderio sia la molla più potente dell'agire? Anche a volerlo ignorare, questo dato sta lì, come un macigno: non cambia, perché non può cambiare.

Quel che cambia invece è la qualità della ricezione dell'annuncio cristiano. Come presentare una realtà vitale, la fede nel Kyrios risorto, ricorrendo solo a un linguaggio astratto? E le immagini poi, non sono frutti da rovesciare ogni tanto in una coppa per metterli a disposizione dei commensali; non sono "oggetti".  In quanto immagini-simbolo sono la sostanza stessa di un linguaggio in grado di evocare la vita-nello-spirito come dismisura sommamente desiderabile.

            Il carattere vitale della vita-nello-spirito, sia quella dell'essere umano in quanto tale che quella specificamente cristiana,  è uno degli aspetti sui quali Charles André Bernard ha insistito maggiormente:

La situazione singolare della vita cristiana non risiede nel fatto che essa richiederebbe strutture simboliche proprie, bensì nel fatto che il mondo spirituale va concepito come un mondo reale. In questo mondo Dio è veramente Padre, Figlio, Spirito. Incarnandosi il Figlio si è servito della realtà cosmica per conferirle una nuova dignità nell’ordine dell’espressione e in quello della comunicazione di vita. La presenza in noi della grazia santificante e l'azione continua di Dio che attira a sé l’anima, suscitano un dinamismo spirituale analogo al dinamismo vitale naturale e quindi un’espressione simbolica del desiderio e del cibo spirituale: così diciamo che abbiamo fame e sete di Dio e che ci avviciniamo alla duplice mensa della Parola e dell’eucaristia ("Simboli spirituali", in “Tutte le cose in lui sono vita”, Cinisello Balsamo 2010, p. 253).

Questa pagina dedicata all'immagine nella parola, e immancabilmente anche all'Immagine nella Parola, è dedicata a offrire uno spazio dove trovare materiale illustrativo e di approfondimento sul linguaggio simbolico in un'ottica esplicitamente cristiana.  Il fulcro dell'interesse è rappresentato dalla trasmissione dell'annuncio pasquale del Cristo Signore che-è-vivo, lui che è la Parola fatta Immagine del Dio vivente e il Simbolo per eccellenza del Padre.           

MGM